Cinquecentoventicinquemila minuti e più

Il 4 agosto dello scorso anno moriva mio padre.

Quando al mattino squillò il telefono già sapevo il perché, ascoltando ero stupito di conoscere i concetti e pure le parole, tanto da scavalcare i modi accorti e arrivare più in fretta all’essenziale.

Di notte il vento aveva agitato l’aria sulle tapparelle e sbattuto sul muro cose di cui non ho mai saputo appurare la natura, quando ebbi riagganciato anche le lacrime, mi piacque credere che fosse passato a salutarmi, così: ad avvisarmi.

So di avere fatto in tempo a dirgli che gli volevo bene e quanto, a raccogliere il pensiero di ciò che desiderava per la sua assenza e l’investitura di badatore ufficiale della mamma con quell’espresso contradditorio: “Altrimenti come facciamo?” che mi confondeva e alimentava il dubbio se sarebbe andato davvero o se sarebbe rimasto.

Appena un’ora dopo ho lavorato come ogni giorno, ho preso l’abbraccio degli amici e visto la persona che hai messo sulla mia strada (credo non proprio inconsapevolmente e… a proposito: c’è ancora, resiste!) letto e riletto tutti i messaggi che mi sono arrivati, uno fu particolarmente confortante: diceva che le persone vivono per sempre nel cuore di chi le ama.

Insomma io nel cuore avevo per te la calma di chi non ha sospesi: ti avevo detto quello che desideravo e fatto ciò che avevo potuto.

Nessuna pendenza eccetto una: che dal 4 agosto di un anno fa non è trascorso giorno senza che io parlassi di te o senza aver pensato a te almeno un minuto; e che tu possa non sapere questo papà, mi pare adesso il peggiore dei sospesi.



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