La fiammiferaia di Labranca per l’acconto IVA

Una decina di anni fa, Tommaso Labranca inviò ai suoi amici la storia della Piccola Fiammiferaia rimaneggiata per raccontare la triste condizione di chi alla fine dell’anno si trova a dover versare soldi in tasse per compensi che non ha ancora percepito, capita a chiunque abbia una partita IVA; l’ho ritrovata ieri nella cartella Documenti del computer, mentre stavo per cancellarla insieme ad altri archivi divenuti ormai inutilmente affollanti per il mio hard-disk.

La pubblicarla qui sicuro che a Tommaso non avrebbe dato fastidio.

TOMMASO LABRANCA
LA PICCOLA
FIAMMIFERAIA
RELOADED

fiaba economico-natalizia ispirata
alla lacrimevole istoria
Den Lille Pige Med Svovlstikkerne
di H.C. Andersen
di cui contiene ampi campionamenti.
Versione elettronica regalata per il Capodanno 2010
da www.tommasolabranca.eu
Non coperta da copyright!
Può essere liberamente diffusa e copiata,
citando la fonte.
addì 28 dicembre 2009,
scadenza ultima per il versamento dell’acconto IVA.

per Luca R.
e per tutti quelli con la partita IVA

 

Faceva un freddo terribile, benché da molti anni ormai i giornalisti riempissero gli spazi vuoti dei loro fogliacci con allarmanti notizie sul surriscaldamento del pianeta. «Però li capisco», pensò la piccola Bruna, che giornalista non era, pur collaborando con quei fascicoli rilegati che pochi comperavano, ancora meno persone leggevano ed erano mere giustificazioni per fare molti soldi grazie agli inserzionisti. «Spesso non si sa davvero che cosa scrivere e allora va bene anche commentare la foto di un orso bianco in bilico sul residuo di un iceberg».

Sarà stata l’immagine del ghiaccio che galleggiava sul mare artico o, più verosimilmente, il gelo che regnava nella sua casa, fatto sta che la piccola Bruna rabbrividì, a lungo. In verità il clima non era diventato più feroce. Certo, i giornalisti di Studio Aperto strillavano in inverno «È hemhergenzah frheddoh…», accentando tutte le vocali, con una cadenza irpina che ne tradiva l’assunzione su raccomandazione di qualche ex democristiano. Certo, d’estate i giornalisti delTG4 intervistavano i turisti immersi nelle fontane per commentare dei banalissimi 35 gradi all’ombra. Ma era solo perché il pubblico bovino di quei notiziari viveva mollemente in un microclima falsato da termosifoni e condizionatori d’aria e quando uscivano dalle loro case, dalle loro palestre, dai loro lounge bar trovavano anormale il naturale avvicendarsi delle stagioni. E così aumentavano ancora la potenza delle caldaie, causando lo scioglimento dell’iceberg su cui il povero orso bianco galleggiava perplesso e serviva da riempipagine per i giornalisti più pigri.

Nella casa della piccola Bruna il freddo era però crudo e reale. La sua caldaia non funzionava da una settimana. Aveva trovato a fatica un idraulico, ma questi pretendeva di essere pagato subito. «Sono mille e duecento euro per la caldaia e ottocento per il montaggio. Pagamento immediato, anzi, mi dia subito mille euro di anticipo perché non lavoro sulla fiducia». La piccola Bruna cercò di dirgli che avrebbe potuto pagarlo solo a trenta giorni data fattura,ma l’idraulico, che pur essendo di pura razza italiana non conosceva il significato del termine fattura, le rise in faccia, mostrandogli molte otturazioni d’oro e forse anche un diamante incastonato in
un incisivo. «Allora ci vediamo tra trenta giorni!», urlò. E andò via.

La piccola Bruna avrebbe voluto spiegargli che anche lei lavorava, ma i soldi li vedeva solo dopo sessanta, novanta giorni. E dopo aver emesso fattura, che è un foglio di carta con su tanti numeri che poi si presenta al commercialista. E che ultimamente aspettava anche centoventi o duecentocinquanta giorni prima di vedersi saldare il dovuto. E che se lei avesse richiesto un anticipo ai suoi committenti, avrebbe potuto dire addio al lavoro. Ma l’idraulico non sentiva, stava già scendendo le scale e intanto chiamava la sua agenzia viaggi in cerca di un last minute per Formentera. «Non importa il prezzo, posso permettermelo…», furono le sue ultime parole mentre usciva dal portone.

La piccola Bruna allora indossò un altro maglione e telefonò ancora una volta alla segreteria amministrativa di una rivista per la quale aveva scritto urgentemente un lungo articolo ad agosto. «Agosto…», pensò mentre cercava il cellulare. E rivedeva la città vuota attraversata con la metropolitana verde per andare fino all’enorme torre in cui aveva sede la casa editrice. Erano passati quattro mesi e del suo pagamento non aveva avuto notizia. Il telefono della segretaria amministrativa suonava sempre a vuoto. A volte partiva una registrazione: «L’ufficio amministrativo è a disposizione dei signori collaboratori solo nei pomeriggi di mercoledì, con data dispari e in presenza di precipitazioni a carattere nevoso». Quella volta però, pur non essendo mercoledì, rispose qualcuno. «Pronto?» La piccola Bruna fu così sorpresa dal fatto di aver ricevuto risposta che quasi non riusciva a parlare. Fece un profondo respiro e si presentò, iniziando subito a illustrare il suo caso. L’articolo ad agosto, l’urgenza, la fattura, l’attesa di ormai molti mesi, l’importo di poche centinaia di euro… «Non so come aiutarla», rispose sbrigativamente una vocina aspra, dall’accento lucano. «Sono uno stagista e sono l’unico rimasto qui e stavo anche per andarmene. La responsabile non c’è da prima di Sant’Ambrogio. Ha fatto il ponte, poi si è ammalata, poi sono cominciate le vacanze di Natale. Tornerà dopo il 10 gennaio. E adesso mi scusi, ma devo andare anche io in montagna con gli amici dell’ape perché col cazzo che torno in Lucania a capodanno a morire in quel nulla da cui ho fatto di tutto per scappare e adesso che sto a Milano che è una città così grigggia e così brutta, scappo appena posso scroccare viaggio e alloggio a qualche minchione…».

La piccola Bruna era rimasta muta, stava per dire qualcosa, ma sentì il colpo della cornetta che cadeva a terra, mentre lo stagista lucano lasciava la redazione urlando «Viaaaaaa!», precipitandosi per dodici piani lungo le scale di sicurezza e riuscendo nel contempo ad aggiornare con l’iPhone finto, di produzione cinese, la sua pagina su Facebook con lo status «Capodanno sulla neveeeeeeeeeeeeeeeeee». Alla piccola Bruna sfuggì una lacrima. Decise quindi di uscire. Il freddo che attanagliava le persone per le strade della città sarebbe stato comunque inferiore a quello che provava in casa a caldaia spenta. In bagno si stavano formando le prime stalagmiti. Sul pavimento della camera da letto si sarebbe potuto svolgere uno spettacolo di Holiday On Ice. Stava per iniziare la sera di San Silvestro. Le strade erano affollate di coppie tracagnotte, i maschi in tuta felpata bianca e testa rasata, le femmine su tacco dodici e con magliette cortissime che facevano intravedere ventri flaccidi resi violacei dal gelo mordente. Tutti con la stessa felicità negli occhi, tutti con uno stipendio fisso per quanto miserabile, tutti avvolti nello stesso profumo, una nube di Acqua di Giò taroccata che rendeva la città una succursale di Chernobyl, appena più tossica.

La piccola Bruna avrebbe voluto comperare qualcosa, una di quelle maglie a righe che splendevano nelle vetrine di H&M, un paio di quegli slip sansilvestrini rossi e così spiritosi nelle vetrine di Tezenis…Ma il suo conto in banca ammontava a zero euro. Fino a qualche giorno prima ne aveva 666,ma quello era esattamente l’importo che aveva pagato per l’anticipo IVA. Non capiva come mai le toccasse pagare quell’anticipo a fine anno, su soldi che non aveva ancora incassato. Ma lo Stato era feroce e la sua commercialista, prima di partire per Sharm, le aveva ingiunto di pagare, pena l’impalamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

La piccola Bruna era rimasta terrorizzata da quelle minacce contabili e la notte sognò il ministro Tremonti che arrivava a casa sua vestito come lo sceriffo di Nottingham e le portava via anche le buste di Riso Gallo, quello pronto in due minuti, che rappresentava la base della sua alimentazione. Allora nel cuore della notte la piccola Bruna si alzò. La caldaia rotta aveva reso la sua camera da letto accogliente come un lago di metano liquido su Titano, ma lei riuscì a raggiungere il computer e a collegarsi al sito della sua banca, quella pubblicizzata
da tre comici invisibili che, grazie anche ai suoi soldi, ora erano di sicuro alle Maldive a maledire il caldo eccessivo. Tremando per il gelo e per il ricordo dell’incubo con Tremonti, la piccola Bruna pagò per via telematica l’F24 dell’acconto IVA verso le 3.45 del mattino.

Camminava cercando di non vedere lo splendore delle merci nelle vetrine, di sfuggire allo sguardo delle coppie che anelavano felici alle trombate di capodanno perché chi non tromba a capodanno… La piccola Bruna si infilò le mani nelle tasche del cappottino Max Mara, tristemente fuori moda perché comperato quando la crisi non c’era ancora e poteva ancora permettersi di cambiare cappotto ogni anno. E in quelle tasche trovò sette euro! Una manciata di monete dimenticate chissà da quando! Gli occhi le si riempirono di lacrime e quasi non  i accorse dei fiocchi di neve che le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero ai riccioli! Non vedeva nemmeno tutte le finestre che scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino di risotto al radicchio come di altre disgutose pietanze tipiche delle orrende cene tra amici alle quali non veniva mai invitata. Era la vigilia
del capodanno e lei ancora una volta non aveva ricevuto nessun invito. Volle quindi provare a prelevare qualcosa. Si avvicinò al primo Bancomat che incontrò lungo la strada. Lo sportello le apparve esausto per il continuo sfornare contanti in quella lunga giornata. Inserì la sua tessera, digitò fremente il PIN e attese… Attese fino a che non apparve la scritta: «Prelievo non disponibile. Carta bloccata. Rivolgersi al proprio istituto». La neve si scioglieva sulla tettoia di protezione dello sportello e una grossa goccia colpì la piccola Bruna sul naso. Era solo acqua gelida,ma la piccola Bruna ebbe la sensazione che il Bancomat le avesse sputato in faccia.

La piccola Bruna pianse lentamente per l’umiliazione. Si sentiva l’ultima creatura al mondo. Le tornò alla mente allora quel passaggio del Vangelo, dove si dice che gli ultimi saranno i primi. E pensò che forse la fede avrebbe potuto aiutarla. Si diresse rapida verso un tempio poco distante. Entrò. Era deserto. I credenti avevano già dato la loro quota di presenza ecclesiastica nelle superbe messe natalizie. Si avvicinò a un altare per accendere una candela, ma ne trovò solo di elettriche. Inserì allora cinquanta centesimi, riducendo i suoi averi a 6,50 euro, e uno squallido cero votivo elettrico si illuminò.
Mentre pregava intensamente, dal nulla apparve un prete che spense immediatamente il cero elettrico. La piccola Bruna lo fissò stupita e, mentre il religioso si allontanava, inserì altri 50 centesimi portando la sua dote totale a 6,00 euro. La fiammella elettronica tornò a guizzare e la piccola Bruna riprese la sua prece interrotta,ma
da dietro la vicina colonna che reggeva una statua di san Fruttosio apparve il braccio del viscido sacerdote che spense nuovamente l’elettrocandela. La piccola Bruna, indignata, si allontanò da quell’altare e andò in fondo alla chiesa dove resisteva una riserva di candele di cera. E lì, invece di accendere un terzo segno votivo, la piccola Bruna arraffò la scatola di fiammiferi, in segno di risarcimento per la truffa elettroclericale, e scappò fuori dalla chiesa, inseguita dal sacerdote che, sollevando la tonaca con le mani come una ballerina di can can, correva gridando: «Ladra sacrilega!». Ma, intralciato dalla veste, il sant’uomo cadde nel bel mezzo della navata centrale. E indugiò lì a terra, godendo nel sentirsi come papa Ratzinger che era anch’egli appena rotolato in mondovisione nel bel mezzo di San Pietro.

La piccola Bruna, uscita dal tempio, giunse ansimando nell’angolo formato da due case, di cui l’una sporgeva innanzi sulla strada, lì sedette abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Stringeva quei fiammiferi nella mano. Che avrebbe potuto farne? Venderli per strada? Inutile. La concorrenza degli accendini senegalesi era troppo feroce. Li avrebbe usati per scaldarsi, ecco. Il freddo la prendeva sempre più, ma non osava tornare a casa. Del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitava proprio sotto il tetto e il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci.

Cioè non era proprio così; sono i campionamenti della storia originale di Andersen a essersi infiltrati nel racconto. La piccola Bruna temeva che a casa avrebbe trovato i pinguini impegnati in una
battaglia a palle di neve perché la caldaia continuava a essere rotta e lei non aveva potuto sostituirla, perché l’esoso idraulico pretendeva soldi che al momento non aveva, ma che aspettava, oh, se li spettava! Se solo la segretaria d’amministrazione del giornale si fosse decisa a far partire i pagamenti! Intanto le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero!

Ne cavò uno dalla scatola rubata in chiesa, e trracc! Come scoppiettò! Come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando la parò con la manina. Che strana luce! Stava per spegnersi, allora la piccola Bruna prese dei fogli di un giornale free press risalente alla settimana prima, lesse rapidamente il titolo “Sei milioni di italiani sulle strade delle vacanze”. Prima che il fiammifero si spegnesse del tutto, la piccola Bruna diede fuoco a quella carta e, che strano, nel bagliore le apparve una località sciistica di grande prestigio e, nel tepore di un bar creato dentro una baita schifosamente falsa, vide lei, la segretaria d’amministrazione che beveva un Cosmopolitan per sentirsi Carrie di Sex and the City.

Rideva, la troia. Aveva al suo fianco un buzzurro in cui la piccola Bruna riconobbe il vicedirettore della rivista! Un tipo che lei conosceva da molti anni, uno paraculatissimo che aveva fatto una carriera istantanea, passando da stagista a vicedirettore in quindici giorni. Il tipo stava allungando una mano verso la tetta destra della segretaria d’amministrazione, ma proprio allora la fiamma si spense, la baita scomparve ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani. Si alzò e, pulitasi alla meglio l’ormai stazzonato cappottino Max Mara, la piccola Bruna iniziò a sentire fame. Non mangiava dal giorno prima. A casa non aveva quasi nulla.
Nel frigo giaceva il residuo di un minestrone così antico che, se scoperto, l’avrebbe fatta incriminare per occultamento di cadavere. Aveva ancora sei euro in tasca. Inutile cercare un bar. Erano ormai le nove della sera di San Silvestro ed erano tutti chiusi. Si incamminò verso il McDonald’s più vicino, dove i sei euro sarebbero stati un piccolo tesoro. Ma giunta sotto gli archi dorati (che sono marchio registrato) vide con sgomento che anche il fast food era chiuso! Persino i sottopagati friggipatatine stavano scappando verso una notte di divertimento totale allo Studio Zeta, la più grande discoteca della Lombardia, dove avrebbero dilapidato metà del loro magrissimo salario.

La piccola Bruna si sedette su una panchina. «Se sopravvivrò », disse a se stessa, «scriverò un articolo in cui racconto le difficoltà della vita di un senza fissa dimora e magari lo propongo a…» e qui fece il nome della testata che da più di quattro mesi non la pagava. Il freddo si era fatto ancora più pungente, la piccola Bruna decise allora di sacrificare un altro dei suoi preziosi fiammiferi. Sotto la panchina c’erano alcuni vecchi quotidiani in cui la notte prima si erano avvolti alcuni ex dipendenti Alitalia che vivevano ormai all’addiaccio. Scelse la pagina meno fradicia e, prima di darle fuoco, la scorse velocemente. Era un foglio de il manifesto. Conteneva un lunghissimo articolo di un economista comunista contro il «popolo delle partite IVA, questa massa di evasori fiscali, gente dal guadagno facile, che rappresenta la peggiore espressione del liberismo economico, l’ossatura dell’Italietta berlusconiana che vive ai margini
della legalità, mentre i poveri operai precari cassintegrati…». Non lesse oltre. Accese il secondo fiammifero e diede fuoco al giornale che bruciò, e il fuoco rischiarò un albero vicino che, nel punto in cui la luce batteva, divenne trasparente come un velo. La piccola Bruna videuna stanza, in cui la tavola era apparecchiata con una bella tovaglia d’una bianchezza abbagliante e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l’oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l’oca stessa balzò fuor del piatto e, col trinciante e il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera piccola Bruna…

«Quack Quack,» disse l’oca. «Perdonami! Perdonami!» La piccola Bruna, stupita da quel che vedeva, disse: «Perdonarti? E di cosa?» «Perché non ti ho saldato la fattura 21/09 dell’agosto ultimo scorso! Quack… Avrei voluto, ma le indicazioni della dirigenza erano precise: ritardare i pagamenti dei collaboratori esterni! Quack!» «Oh, ma tu sei…» domandò la piccola Bruna. «Quack! Sì, sono io! La segretaria d’amministrazione! Questo è il destino che mi è toccato nell’aldilà. Essere trasformata in un’oca!»
«Non sei cambiata molto, in fondo!»
«Quack! Ma come ti permetti! Questa è la mia pena
eterna!»
«Ma allora… sei morta!»
«Quack, sì! Un paio d’ore fa. Mi ero scolata tre Cosmopolitan con il vicedirettore e lui oltre a due Negroni sbagliati e un Long Island si era fatto anche una riga di coca, comperata con i soldi della piccola cassa. Poi siamo usciti perché volevamo trombare nel suo albergo, ma il cocktail micidiale di alcol e droga, la strada ghiacciata e la velocità eccessiva ci sono stati fatali. E siamo caduti nel burrone della morte all’interno dell’auto maledetta che ha preso fuoco… Quack!»

La piccola Bruna stava per dire qualcosa, meravigliata per la rapidità con cui la segretaria era stata spedita nell’aldilà e punita, contrappasso forse alla sua lentezza amministrativa, ma il fiammifero si spense, e non si vide più che l’albero opaco e freddo. Si ricordò a quel punto di un articolo scritto sei mesi prima (e non ancora pagato) per un’altra rivista. Un bell’articolo di lifestyle in cui descriveva com’era fantastico vivere di notte in una città che non dormiva mai. Tra le altre scempiaggini con cui lo aveva riempito, c’era la descrizione di certi negozi-non negozi, fatti di distributori automatici e aperti ventiquattr’ore al giorno. Ce n’era uno vicino a casa sua. Si alzò e, stringendo nel pugno la scatola di fiammiferi benedetti, iniziò a correre verso quell’ultima meta salvifica.

Lo Schifezze Express era per fortuna aperto: rutilante di luci, di distributori in cui brillavano gelati da passeggio, scatole di biscotti, confezioni di profilattici, uova fresche e cibi precotti che potevano essere scaldati nel forno a micronde di cui era saggiamente dotato. La piccola Bruna, avidamente, inserì le ultime monete in quelle macchine meravigliose e selezionò un pacchetto di pennette al salmone e una bottiglia d’acqua. Ma il freddo le faceva tremare le dita e invece del codice relativo alla mezza minerale digitò quello della Red Bull Cola.

Non se ne crucciò. Infilò il cartone delle pennette nel micronde e contò con ansia famelica i centoventi secondi necessari alla cottura. Al dlin del forno tirò fuori la confezione ustionante e iniziò a divorare le pennette, dimentica dell’acclusa forchetta di plastica. Le prendeva con le mani, come aveva fatto tante volte con lo zighinì al ristorante etiope, quando non c’era la crisi… Poi bevve in un sol fiato la Red Bull Cola ghiacciata. L’effetto fu immediato: sentì come se tutti i tori di Pamplona le attraversassero lo stomaco, disperdendosi poi in direzione del fegato. Cadde a terra. «È il freddo», si disse. «Ora accendo un altro fiammifero e starò subito meglio…» Accese il terzo fiammifero. La piccola Bruna si trovò sotto a un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, a traverso ai vetri delle finestre alte quattro metri, nel loft del ricco vicedirettore (quello paraculatissimo), la sera di Natale.

Il fiammifero si spense. Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all’intorno;e in quel chiarore apparve il ministro Tremonti, avvolto in un manto turchino, con una corona in testa, tutto raggiante, e mite, e buono… «Oh, signor Ministro!» gridò la piccola Bruna. «Mi prenda con sé! Faccia di me il suo addetto stampa! So che lei sparirà, appena la fiammella si spegne, come sono
spariti la bella baita calda, l’oca amministrativa e il grande albero del paraculatissimo vicedirettore!» Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere il ministro Tremonti. I fiammiferi diedero tanta luce, che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: il ministro non era stata mai così bello, così grande… Egli trasse da sotto il manto turchino un F24 e disse: «Mia cava! Vedo che hai pagato l’acconto IVA nei modi e nei tevmini pvevisti! E ova tu muovi pvopvio pev avev compiuto il tuo doveve! Meviti quindi di venive con me, vevso lo Splendove e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c’è più fame né fveddo né angustia né tasse! Laddove le fattuve sono saldate con puntualità a tventa giovni! Vieni! Andiamo!»

Allo spuntare della fredda alba, chi passava presso il negozio con i distributori automatici vide la piccola Bruna, con le gotine rosse e il sorriso sulle labbra, morta assiderata nell’ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell’anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso là, con la scatola dei fiammiferi tutta bruciata. Sul mistero della giornalista trovata morta a Milano con in mano alcuni fiammiferi, il TG5 ci campò per due mesi buoni.

Tommaso Labranca



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