Un sei dicembre

Mio padre era uno di quelli che avrebbero voluto studiare ma ci fu poco da fare, nel 1939 alla prima media non ce lo iscrissero e per consolarlo di questa impossibilità gli regalarono una vanga di sette chili, perché per mettere in tavola il pane serviva più quella che un calamaio nuovo.

E’ stato per questo forse che ha trascorso il resto della vita ad cercare di comprendere quello che gli capitava a tiro, di imparare, si fermava a guardare un gioco, un qualunque gioco sconosciuto, tennis, pallacanestro, basket, bocce e dopo un po’ “capiva” quali erano le regole, perché l’arbitro fischiava il fallo oppure no, perché gli atleti facevano determinate cose in campo, non era uno che si fermasse alla superficie delle cose.

E’ stato un ragazzo di quelli che arrivato il fine settimana si scrollava la terra dalle scarpe per uscire in paese con gli amici e quando suo padre aveva ormai serrato la porta sordo alle ragioni di tutti (aveva altri quattro fratelli) un modo per sgattaiolare fuori lo trovava; una volta lo pescarono in piazza a suonare la batteria (o magari non la suonava davvero e questa fu solo l’impressione di chi ce lo vide seduto).

All’età utile, pur di lasciare fame e campagna prese l’unica via possibile ai ragazzi del sud della sua epoca arruolandosi in polizia; felice di poter andare a “scuola di qualcosa” si svegliò alle 3 di notte e senza altri mezzi per raggiungere il treno per Foggia alla stazione, a una quindicina di chilometri da casa, sarebbe andato a piedi e per rifornire di carburante le gambe fece colazione con mezzo chilo di spaghetti.

Riuscì, distinguendosi tra gli allievi di maggior profitto: all’esame finale, alla prova di smontaggio e rimontaggio della pistola (più basso il tempo più alto sarebbe stato il punteggio) provò e riprovò senza riuscire poi sull’attenti e con una mano sanguinante disse che quell’arma era difettosa… quando verificarono che era davvero così gli elargirono il punteggio più alto, perché capire il momento in cui è meglio rinunciare è una dote.

Quando iniziò a prendere lo stipendio ne mandava metà alla sua famiglia e con il poco che gli restava sì comprò un orologio degno del suo polso e anche una macchina fotografica: scattava alle cose, alle case, alle persone ricordando che la pellicola costava e anche sviluppo e stampa non erano gratis; un giorno tolse l’orologio per lavarsi le mani e se lo dimenticò sul lavandino di nonsoqualeposto, tornato poco dopo non c’era più, sapere che ore fossero serviva di più così per rimpiazzarlo vendette la macchina fotografica.

Fumatore da uno o due pacchetti al giorno, diceva di avere iniziato quando arrivarono gli americani che gli lanciavano le sigarette dai carri armati passando per strada, che con la sigaretta in bocca si sentiva più grande (aggiungendo subito dopo: “…e più fesso!”) dopo anni e un paio di pneumotorace spontanei decise che era il momento di smettere davvero: quando fui beccato a fumare sulla finestra del bagno a 10 o 11 anni, mia madre mi mollò forse il primo ceffone che mi abbia mai dato, mio padre che il primo me lo aveva già dato tempo addietro si sedette a chiedermi perché, a raccontare quanto fosse sciocco infilarsi in quella strada da cui sarebbe stato difficoltoso tornare indietro.

Nella prima metà degli anni ’70 camminando per il nostro quartiere a Salerno gli chiesi continuasse a tenere in tasca il pacchetto di sigarette se aveva smesso, rispose che finché avesse saputo di averne poteva scegliere di non fumarne, ma se non ne avesse avute molto probabilmente si sarebbe precipitato da un tabaccaio per comprarne e fumarne subito una: insomma era uno che la forza di volontà la teneva abbastanza esercitata.

Ora mi succede che quando sento attrazione per uno strumento musicale penso alla batteria verso cui era fuggito di sera, quando trovo le fotografie che faceva per strada alla gente, ai contesti urbani penso a una passione che ha toccato anche me, quando guardo sullo scaffale il pacchetto di Marlboro che ho lasciato a metà sette anni fa smettendo di fumare penso a quel pacchetto in tasca che papà “doveva” avere perché averlo gli dava la certezza che non avrebbe fumato, penso a quanto tempo ho perduto nel cercare di esserne diverso e a quanto mi senta fiero di somigliarli, un po’ e mai abbastanza.

Potrei continuare ma è tardi e il mio cuore adesso ha bisogno di fermarsi a festeggiare il suo novantesimo anniversario: Nicolangelo Antonio Michele, nato a Chiusano di San Domenico il sei dicembre del ventinove, un ragazzo bello e  generoso, testardo come un mulo, a cui la vita avrebbe potuto semplificare un po’ l’esistenza.

 



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