E’ affascinante la storia secondo cui gli oggetti che ci sono appartenuti, che abbiamo posseduto per molti anni possano contenere molecole di noi, scivolate e amalgamate in essi con il passare del tempo.
Credo sia il motivo per cui succeda di carezzare l’orologio appartenuto a una persona cara, inforcarne gli occhiali, sedersi sulla sua poltrona o scrivere con la sua biro, perché per la stessa proprietà qualcuna di quelle molecole, tornando a noi, consenta un nuovo contatto fisico.
Pensavo a questo quando l’altro giorno ho lasciato cadere nel container di una ricicleria l’oggetto più antico della mia vita, quello rimasto con me per più anni e che di conseguenza contiene il maggior numero delle mie molecole trasferita: la mia prima chitarra.
Arrivò quando avevo dieci anni e negli anni precedenti avevo fatto un buco in una chitarra giocattolo per infilarci un cavo ed elettrificarla e molto dopo le scatole vuote di sapone su cui avevo fatto un foro e avevo installato degli elastici che facevo vibrare, ero il mago del BioPresto finger picking.
La prima vera chitarra coincise con la prima visita a un luna park, il parco giochi di Edenlandia a Napoli da cui vivevo a una cinquantina di chilometri, in fila per non so quale attrazione vedo a terra cinquantamila lire, faccio notare la cosa a mio padre che per il momento ci mette un piede sopra e a bassa voce mi dice: “Facciamo così: li teniamo noi senza dire niente, chi li ha persi è qui in fila con noi, se sentiamo che qualcuno dice di averli persi tu vai e glieli restituisci.”
– “Papà allora possiamo chiedere se li ha persi qualcuno così glieli diamo”
– “Purtroppo no, se chiedessi se qualcuno ha perso questi soldi, ne troveresti almeno cento”
Quando esaurita la fila nessuno reclamò la perdita ammetto di avere sorriso per il clamoroso colpo di fortuna che mi era capitato: a neanche dieci anni di età possedevo cinquantamila lire che con le opportune differenze valevano qualcosa in più di cento euro odierni, ma pur potendo spendere quella somma come volevo ero in amministrazione controllata, ovvero non potevo fare da solo.
Disposi due acquisti fondamentali: un giubbetto antivento che sembrava di carta, fatto di uno strano tessuto di cellulosa per un importo di quasi cinquemila lire e con la parte restante: chitarra classica fabbricata dalla Melody di Catania, plettro e un libretto per imparare gli accordi.
Ero felice come un bambino di dieci anni.
Dopo trentotto anni, scollata, bozzata e impossibile da accordare è venuto il momento di separarmi dall’oggetto da cui è partito tutto ciò che so di musica suonata, pure i quattro accordi che riesco a piazzare sul pianoforte li ho imparati trasponendo quelli che conosciuto sulla chitarra, quindi caricandola in macchina accanto a un materasso e a pezzi di un armadio in sostituzione, mi si è un po’ stretto il cuore e pian piano ha accelerato il battito come avvenne un anno dopo alla mia prima esibizione pubblica: messa domenicale delle 9.00 a suonare “Laudato sii o mio Signore” iniziata a 70 bpm e conclusa intorno ai 120.
Ce le siamo cantate e ce le siamo suonate, ma siamo stati bene insieme.

