
Sono cresciuto ammirando due oggetti: un pennello da barba e un orologio; forse il simbolo di ciò che avrei voluto diventare, un uomo adulto o più inconsciamente l’uomo che li maneggiava.
L’orologio originariamente era d’oro poi le molte riparazioni lo hanno trasformato in un crogiolo di materiali indistinguibili, di quelli che all’acqua si arrendono anziché resistergli e sarà stato per il valore, la vulnerabilità o solo per rispetto del suo valore economico, mio padre lo toglieva ogni volta che la sua integrità era a rischio o per dargli la corda prima di andare a dormire scongiurando il rischio che durante la notte smettesse di funzionare, come se dal funzionamento dell’orologio dipendesse la sua vita.
In effetti ogni avvenimento è amministrato dal tempo.
Ho assistito a quel rituale per tutti gli anni dell’infanzia e della gioventù e quando diventato più grande le lancette cominciarono a sperimentare ore più lunghe o più corte dell’accettabile feci un patto con il proprietario: “Regàlami il tuo vecchio orologio e io ricambierò con uno nuovo e soprattutto… funzionante: “Che te ne fai?” disse lui “Non va più, non c’è che buttarlo!”
E’ vero, il suo segnare il tempo presente non era attendibile ma funzionava ancora e lo tenni, per via dei quaranta anni e oltre al polso di mio padre e per quanto mi aveva affascinato da bambino.
Quando dopo molti anni il telefono squillò la brutta notizia presi l’orologio dal mobile della cucina, lo strinsi tra le mani e pensai all’anima delle persone che si infila negli oggetti che gli sono appartenuti, a quella macchinetta da polso dal cui funzionamento era dipesa per anni la vita di papà, e viceversa.
Era mattina presto ma feci come se fosse sera, presi a dargli la corda e lui di colpo tornò a vivere.
