Qualche anno fa alcuni ricercatori dell’università John Moores di Liverpool hanno analizzato la vita delle stelle della musica rock e pop, statunitensi e britanniche, giungendo alla conclusione che il lavoro di queste persone ne rende più probabile la morte prematura.
Con alla mano i dati di 1064 artisti, 100 dei quali deceduti, hanno notato che fra i 2 e i 25 anni dal raggiungimento della fama il rischio di morte sale da due a tre volte rispetto al resto della popolazione di pari età, sesso, nazionalità ed etnia.
L’età media di vita si è rivelata più bassa per le rockstar europee rispetto a quelle americane che si attesta a 42 anni contro i 35 anni delle prime e le principali cause sono da ricercare nel prolungato uso di stupefacenti o alcool in almeno il 25% dei casi.
Il periodo più rischioso è rappresentato dal primo anno di successo, dopodiché la tendenza si avvia a una progressiva attenuazione fino quasi a scomparire, come del resto dimostrano molte longeve star, sulla breccia da decine di anni.
Come osservava lo scrittore John Aizlewood su un giornale statunitense: “Essere una popstar è uno stile di vita crolla e brucia. Chi ci entra vuole l’adulazione, vuole rispondere alla folla. Non si può essere una popstar in isolamento. Chi ha bisogno di adulazione, ovviamente ha altre esigenze. E’ sempre stato così. Se si guarda all’epoca vittoriana, a persone come Byron o Shelley, essere creativi richiede di vivere al limite, nella totale incertezza, in un modo che l’essere troppo rassicurati non consente.”
Secondo Mark Bellis titolare della ricerca quello della rock e pop star è un mestiere usurante e l’industria musicale farebbe bene a prendere più seriamente in considerazione questo rischio.
