Non la musica in sé

A Houston non è ancora calato il sole sul 26 febbraio e l’Astrodome è zeppo di gente.

A nessuno importa di chi sarà il miglior battitore della serata, chi correrà in prima base, stasera non si gioca a baseball il tempio texano sta per eleggere una nuova “reina”, la voce fuori campo la annuncia: “Pontes listos, mejor de lo nuestro, nuestra concentida la super..” rullo di tamburi, di sintetizzatori, di chitarre e di basso, le luci colorate si rincorrono impazzite sul palco e continuano finchè non arriva lei: Selena Quintanilla o semplicemente “Selena”.

Ha quasi 24 anni, raggiunge il microfono e urla “How ya doing Huston, Texas?” lo stadio esplode di grida, di applausi, di emozione, uno stormo di non paganti appollaiato su un traliccio vola via spaventato, paura ne ha lei pure ora che inizia a modulare note.

“Sulle prime avevo paura, ero pietrificata, ho continuato a pensare che non avrei vissuto senza te accanto, ho speso notti pensando solo a quanto mi avevi fatto male, mi sono fortificata e ho imparato come andare avanti.”

E’ velluto che graffia.

La musica che prima saltellava, soppesava le note, sottolineava le parole, ora parte con vigore, il batterista scarica le bacchette sui tom, sul rullante, picchia la cassa all’unisono, il basso prende la nota più alta sulla corda più bassa e svisa in un secondo tutta la scala fino in cima al manico.

Decolla, cassa in quattro, i piatti sovrapposti dividono gli ottavi, la chitarra di Chris ritma in wah-wah gli sguardi di intesa che si scambiano e lei canta ancora: sopravviverò “I will survive”, le percussioni, intanto arriva il vocoder “Gotta make a move to a town that’s right for me” mi porteresti in questa città del funky, parliamone “Talk about it”.

Il resto della storia è “Last dance” di Donna Summer, “The Hustle” di Van McCoy con l’assolo del sax a trascinarti nella sterminata terra che confina con il Messico, a tratti somiglia al tema di un telefilm visto mille volte tipo “Sulle strade della California” ma non fai in tempo a focalizzare che miss Quintanilla ha rispolverato un altro successo nato nello studio germanico di Giorgio Moroder “On the radio” e ti esalta fino alla fine nell’esplosione dell’applauso.

E’ solo un medley di discomusic, entusiasmo ingiustificato per uno che odia qualunque disco registrato dal vivo, ma come tanti lo ascolto pensando al presagio di “I will survive” “Last dance” “Won’t you take me to Funky town?” convincendomi che in quella sorta di divinazione “Funky town” fosse una specie di paradiso.

Yolanda Saldivar è una sua amica, si occupa del suo fan club.

Si chiama Saldivar come Efren Saldivar “L’angelo della morte” il serial killer degli ospedali,

Un mese dopo questo concerto, il 31 marzo 1995, Yolanda, la sua amica, la uccide; quindici giorni prima del suo ventiquattresimo compleanno.

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Guarda il video|http://www.youtube.com/watch?v=etipgiP2eY8
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Il 23 ottobre 1995 Yolanda Saldivar viene condannata al carcere a vita con la possibilità di richiedere la libertà sulla parola dopo almeno di 30 anni; la giuria ha impiegato solo due ore e mezza per emettere il giudizio di colpevolezza.



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