Le radio non trasmettono le novità discografiche italiane e internazionali.
Lo so è strano, come dire che la RAI non trasmetterà più telegiornali ma è così: la società che rappresenta le case discografiche, allo scadere dell’accordo con le emittenti radiofoniche ha chiesto un aumento del contributo dall’uno al quattro per cento del fatturato; le radio non sono d’accordo e si astengono dal trasmettere le novità salvo quelle già programmate prima dell’agitazione.
Il concetto alla base della diatriba è riassumibile in: “Tu, Radio, crei un prodotto utilizzandone uno mio e ne consegui un guadagno, quindi devi darmene una parte” dall’altra parte le radio pubblicizzano a titolo più o meno gratuito artisti e album di nuova produzione generando impulso alle vendite o forniscono l’accesso agli spazi pubblicitari a prezzi di favore, il cui valore di mercato potrebbe persino essere superiore delle richieste.
Anni fa con il criterio di forfettizzazione veniva pagata la SIAE, effetto collaterale fu che i diritti incassati venivano ripartiti tra gli autori più quotati anziché versati a quelli effettivamente programmati; oggi si fa lo stesso con i diritti dei discografici: percentuale sul fatturato da dividere con criteri che mi sono ignoti, ma sarebbe più semplice (e giusto) un versamento per le specifiche registrazioni effettivamente trasmesse, di cui beneficino nella misura in cui gli compete, anche le etichette minori.
Che da almeno trent’anni la discografia si proclami malato terminale è un fatto: prima fu colpa delle compilation, poi la fu delle radio, quindi dell’mp3, di YouTube, di internet in generale e tra 10 anni ci sarà forse un altro colpevole, eppure dopo trent’anni di lamentele la discografia non è ancora morta.
Un detto napoletano recita: “Chi chiagne, fotte”.

