Qualcuno ci fa caso

Serendip ha scritto un articolo impossibile da linkare direttamente, ed io lo trascrivo qua.

[giornalismi]

Le annunciatrici criticano le giornaliste: “Non sanno l’italiano”. Hanno ragione. Un giornalista che usa la voce come strumento professionale deve prestare nei suoi confronti la stessa cura che ha per l’abito o per i capelli. Ma un giornalista non è uno speaker: è vero, allora si limiti a scrivere per la stampa o resti in redazione. Se invece vuole parlare in pubblico, frequenti almeno una buona scuola di dizione.

Gli accenti locali sono ricchi di cultura: uno che è nato a Schilpario o a Castrovillari può continuare a esserne fiero anche se parla in italiano. Allora perché non si presenta in video con il costume regionale e un provolone sotto il braccio? La contaminazione degli accenti ha raggiunto livelli babilonici. Dal lombardo adenoidale di Paola Maria Anelli (RAI) alle vocali xxsmall di Cristina Parodi (Mediaset), fino al romanesco contrabbandato per lingua nazionale.

Giornalisti, studiamo.

Perché?

Perché il fuòco non è il fùóco e il sóle non è il zòle,
vénti non è vènti e la pésca non è la pèsca.

La voce comunica oltre le parole.

Gli accenti tonici che gli spagnoli indicano ovunque servano da noi sembrano opzionali al punto che persino sulla tastiera dei nostri computer uno è irreperibile e per scrivere correttamente “pósto” devo scavare nella MappaCaratteri per trovare quello giusto altrimenti potrei scriverlo solo con l’accento sbagliato (con cui generalmente lo si dice) “pòsto”.

O in alternativa si può usare il comando ALT 0243 (tenendo premuto il tasto ALT, digitare la sequenza di numeri) che, lo so, è un incentivo a lasciar perdere.



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