Trovarsi e perdersi

Sul tema dell’amore, consentitemi, qualcosa l’hanno scritta proprio tutti, e coloro che lo negano, ne avranno sicuramente accarezzato l’idea almeno una volta; ognuno prende un mucchietto delle proprie esperienze ed inizia a raccontare il come dovrebbe essere, perchè, e cosa si dovrebbe fare nel caso in cui.

Ora converrete che, proprio per il fatto di essere stato lasciato 48 giorni fa (anzi, 48 giorni, 6 ore e 34 minuti fa, scusate l’approssimazione) io sia in questo momento la persona maggiormente titolata ad affrontare l’argomento, tenuto anche conto del fatto che, a me, non è ancora passata.

E’ inusuale per noi maschietti ammettere l’abbandono, le rade volte che lo facciamo siamo sempre vittime di donne dalla moralità discutibile, che avremmo lasciato noi, prima o poi, e che in fondo ci hanno offerto la cortesia di evitarci l’onere di umiliarle. Meglio così, ci avrebbero fatto pena.

Per me, complice l’età, diventa più complicato incontrare qualcuno, quell’insieme di affinità e coinvolgimenti reciproci che sono propri dell’amore più che delle avventure, che anzi la mia età semplifica.

Il tempo passato ha portato fallimenti i cui segni restano evidenti nonostante ogni sforzo per nasconderli; dapprima non ci si fa caso poi sembrano affiorare tutti insieme, ed ogni volta che il miracolo si rinnova, che il sangue torna a sciogliersi nell’ampolla del tuo cuore, giuri che non risparmierai più un solo lembo di te stesso.

Diciamocelo, io di gente davvero felice di stare sola, legata a nessuno, ne ho conosciuta proprio poca e continuo a ritenermi il meno adeguato ad abbracciare questa dottrina.

L’alto proposito, il non risparmiare nulla di se, naufraga già dai primi momenti, quando il legame ti spaventa non per le gioie che ti sta offrendo ma per la prostrazione a cui ti sottoporrà nel giorno in cui dovesse finire, perchè i fallimenti passati è questo che ti ricordano: che la fine di una felicità esiste, che è solo l’incoscienza dell’amore a lasciarcela credere remota, se non impossibile.

Perdersi, si comprende, è mille volte più semplice dell’incontrarsi: sfidare la ritrosia reciproca e vincerla, trascinarsi fuori dal guscio di sicurezze costruitoci attorno, augurarsi che il cuore dell’altro non sia già in pegno a qualcuno.. perdersi invece è un istante, un soffio di vento, alito leggero e si è già volati via come granelli di polvere da una mano.

Il poco rimasto attaccato va via con una blanda saponetta senza alcali, rispettosa del Ph naturale della pelle.

Se avessi la facoltà di un ultimo desiderio prima che la pena capitale a cui è stata condannata, cancelli una ulteriore parte di me, domanderei in regalo una scatola con dentro due istantanee, la prima di soli 48 giorni fa, l’altra di 3 anni e mezzo prima.

Nessuno di questi due momenti corrisponde ad istanti di felicità, ma tra l’uno e l’altro ci sono migliaia di fotogrammi sorridenti, di emozioni, e soprattutto di parole.

Quelle che non trovi quando squilla un telefono un anno dopo un primo incontro in cui nessuno ha scambiato numeri, le prime email di parole a chili, e i chili successivi, gli sms, quelle appena imbarazzate di una prima cena, campo neutrale, un pò più di un altro anno anno dopo.

Poi c’è il tempo in cui si è stati insieme (sempre troppo poco) ed il mio rapportato ad un biblico periodo di corteggiamento (l’ho conosciuta nel Vecchio Testamento) è durato niente, un battito d’ali, un colpo di ciglia, da chiedermi se siano realmente esistiti questi 6 mesi.

Ma non importa, potresti amare anche per una sera soltanto e sentirti ugualmente dilaniato, affettato da questo kamikaze che ti si è scagliato contro, ti si è tuffato dentro e si è lasciato esplodere: unico superstite lei, unica vittima tu.

Dovrei prendere atto della fine, raccogliere le mie istantanee e quello che ci sta in mezzo, smettere di cercare ragioni che non ci sarebbero neppure se ci fossero, e sorridere del bello che è stato piuttosto che intristirmi su ciò che non potrà essere.

Dire l’addio più difficile da dire, non la minaccia all’altro di non rivederlo più, ma il sussurro a te stesso che non c’è altro da aggiungere, sperando nel coraggio di non guardare indietro: “Devo lasciarti andare dai miei pensieri. E dico addio, senza dirtelo perchè non voglio ti sembri un ricatto. Scusa.”

L’amore è palline di mercurio scappate da un termometro che schizzano via se cerchi di afferrarle, bisognerebbe continuare a cantare, magari con Sting: “Free free, set them free.. if you love somebody set them free”; per esorcizzare la paura che tutti gli istanti insieme stiano per sfuggirti lontano, bottoni staccati di camicie dispersi sotto un divano, ormai irraggiungibili.

“Lasciandoli andare, saranno tuoi per sempre”



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