Su “Il Giorno” del 14 agosto…

Questa sera, poco prima della premiazione a Casa Italia di Federica Pellegrini, Chiara Càinero e Andrea Minguzzi un signore mi ha avvicinato e detto: “Per l’articolo di oggi, Margherita Granbassi ti sta cercando” “E vabbé” gli rispondo “se ha bisogno di pareggiare il conto delle stoccate incasserò senza fiatare”.

Anche Giacomo Crosa potrebbe volermi dire la sua.

Sto scoprendo quanto sia difficile raccontare le storie come le vorrei, in bilico tra la necessità di raccontare aneddoti che possano essere di un qualche interesse e il rispetto per le persone che ne sono coinvolte, questo episodio della caduta è stato visto da molte telecamere e non mi aspettavo di stare raccontando qualcosa di inedito, anzi, mi sarei aspettato che la tv, notoriamente più cinica della radio, se ne fosse già servita.

La storia che invece avrei voluto raccontare di Margherita e che non mi è riuscito cavarle fuori al microfono era ben diversa da una caduta in cui con bravura suprema ha salvato il bicchiere e il suo intero contenuto; avrei voluto che raccontasse più ampiamente il suo dispiacere per avere sconfitto un’amica e collega che poche ore dopo annunciava il ritiro dall’attività agonistica.

Io spero che Giovanna Trillini ci ripensi, però mi ha fatto tenerezza pensare alla Granbassi che si sia sentita colpevole di avere vinto, che a un certo punto (i bene informati dicono che abbia persino pianto) un’atleta dai nervi saldi abbia ceduto a un’emozione tanto profonda che gli avrebbe fatto dire: ecco, forse se non vincevo io non si sarebbe ritirata.

Io non lo so se questo rientri nello spirito sportivo, se non fosse solo un’espressione dell’amore si sé per cui si possa arrivare a dirsi che per vincere “solo” una medaglia di bronzo, se il prezzo è il ritiro di una stimata collega, forse non ne valeva la pena.

Però, che sia successo davvero, sia pure in termini e modi diversi da quelli che ho immaginato, mi ha emozionato più della vittoria stessa, dei salti, delle urla e dell’inno nazionale, ché in fondo di umanità sembra essercene così poca in giro, che quando ti pare di riconoscerla è difficile fingere che non ci tocchi.



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